domenica , 29 Novembre 2020

Riflessione sulla vita di don Folci della Dott.sa Consolini

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La riflessione che intendo proporre su don Giovanni Folci è intessuta soprattutto sui suoi scritti e ha il suo fulcro in un tema centrale: la sua ricerca della santità; la santità propria e la santità per coloro che incontrava, che doveva formare, che erano affidati alle sue cure. Potremmo definirlo: un santo, padre di santi.

Ovviamente la sua figura va storicamente inquadrata: nasce a Cagno (Como) il 24 febbraio 1890; nel 1901, giovanissimo, avverte la vocazione al sacerdozio ed entra in seminario; non erano estranei a questa sua scelta la presenza e l’esempio dello zio materno, mons. Carlo Sonzini, ora anch’egli Servo di Dio. La preparazione al sacerdozio copre ben tredici anni fino al 13 luglio 1913. Era giovane, ma ben cosciente che la scelta del sacerdozio implicava per lui una donazione totale a Dio, una scelta radicale, una scelta di santità. Fin dal 1910, ad appena vent’anni, avvicinandosi la meta
dell’ordinazione sacerdotale, decide di dare una svolta decisiva alla sua vita e al suo impegno. Si chiede: “Giovanni perché sei venuto qui?” Si sottopone ad un severo esame di coscienza: Non sono venuto qui, in seminario, per accontentare i miei parenti, non per cercare onori e gloria, o una vita comoda ed agiata; sono venuto per cercare te Signore, solo te”. Riconferma i suoi propositi di amare maggiormente la preghiera, di essere sempre più pronto nell’obbedienza, di saper perdonare. Ma tutto ciò, per quanto risulti impegnativo, non gli basta; aggiunge: “Signore voglio essere santo, gran santo!Signore, è questo mio desiderio vano, ambizioso? Non credo, giacché troppe volte mi avete chiamato alla vostra scuola ed io, la più parte, vi ho voltato le spalle! Ah mio Dio, quanta infedeltà! Ma ora non più: la vostra voce si è fatta sentire forte ed impellente al mio orecchio, ha penetrati i sentimenti del mio cuore e la volontà mia confusa ha aderito finalmente alle soavi immagini presentate dall’intelletto e ha detto: Signore, eccomi pronto”.

Espressioni gravi ed impegnative per un giovane di vent’anni, ma Giovanni ha le idee chiare; il campo della sua santità sarà il suo sacerdozio: chiede al Signore di santificarlo mediante un apostolato ricco di croci sopportate con amore e retta intenzione e generosità d’animo. E’ cosciente delle sue debolezze e non si illude; la forza per affrontare questo difficile cammino è “il Cuore di Gesù Eucaristico”, l’Eucaristia, la comunione viva con il Signore e la meditazione del Crocifisso. Queste sono le sue armi; non è ancora prete, ma ha ben chiaro come vuole essere prete: “Per diventare – scrive – servo di tutti”. L’Eucaristia e il Crocifisso sono per lui scuola di umiltà e di amore: “Carità, obbedienza, umiltà, amore al lavoro, preghiera, abnegazione, fortezza nel combattere le tentazioni, obbedienza, mortificazione: ecco le virtù splendide che rifulgono nella vita del Divin Maestro. Virtù che dovrebbero essere il pasto quotidiano dell’anima mia e sulle quali devo conformare la mia vita, la vita di apostolo come quella di Gesù”. In questi ultimi anni di preparazione al sacerdozio affiora una espressione che diventerà cara al cuore di don Folci: Gesù prigioniero per amore nel tabernacolo e il sacerdote prigioniero di Gesù, “Tutto di Gesù e di Gesù eucaristico” 

Questo era il suo programma di santità; “per essere santi, scrive, non basta fuggire il male, bisogna fare anche il bene “generosamente e sentitamente”. Alla vigilia dell’ordinazione ribadisce con forza il suo proposito: “Voglio essere santo! Presto santo! Gran santo!”. Affida questo suo rinnovato slancio alla Madonna, la Madre che accompagnerà tutta la sua vita e di nuovo chiede al Signore la grazia di un apostolato fecondato dalla fatica e dalla croce: “Senza di voi, o Signore, tutte le croci sono pesanti e insopportabili; in vostra compagnia, il calice anche più amaro letizia l’anima e la conforta”.

Il campo di apostolato cui venne destinato realizzava pienamente queste sue aspirazioni alla santità e ad un apostolato non facile, da vero apostolo e missionario. Il 21 dicembre 1913 viene nominato parroco di Valle Colorina. Nell’affidargli questo mandato il vescovo gli parla chiaro: “Parrocchia piccola, ma difficile, particolarmente per l’educazione dei ragazzi, coi quali non dovrai usare nessuna confidenza, non solo, ma neanche regali. Non confetti, o frutta e neanche immagini o medaglie. Niente che dimostri benevolenza o qualsiasi segno di affettuosità. Non ti spaventare, tuttavia, vai nel nome del Signore. Prega e fa tanto bene”.

I primi approcci con la parrocchia non furono incoraggianti: il 23 agosto don Giovanni, con la mamma e una cugina prestatasi a dare un mano, giungeva alla stazione di S. Pietro di Berbenno: chiedono al capo stazione come raggiungere Valle: “Sarebbe forse lei il nuovo sventurato parroco di quel disgraziato paese?” Si sente chiedere. “Troverà male – continuò il capo stazione – Povero reverendo! Povero reverendo! Comunque tanti auguri e si faccia coraggio!”.

Il lavoro silenzioso e costante, umile e tenace del giovane parroco avvicina la gente alla chiesa e a lui stesso. Ma don Giovanni ha appena il tempo per gettare il seme della rinascita della sua parrocchia che la deve lasciare. Nel giugno 1914 è chiamato alle armi e il 15 maggio 1915 parte per il fronte come cappellano militare. Dal settembre 1915 al maggio 1916 è in prima linea con i soldati che combattono sul fronte dell’Isonzo. Di nuovo ritornerà in prima linea dall’ottobre 1916 al gennaio 1917.

E’ una esperienza umana profonda che lascia nell’animo del giovane sacerdote una traccia profonda ed indelebile. Lo scrive egli stesso nei suoi Diari di guerra: vede morire molti giovani che affidano a lui, al cappellano, gli ultimi desideri e l’ultimo saluto per la mamma, la moglie, la famiglia lontana. Don Giovanni comprende ancora di più, in quegli anni di guerra e di morte, l’importanza di essere prete e prete santo. La grande missione di dare coraggio, di confortare, di essere presente dove la gente soffre, lotta e muore. Comprende come il primo compito del sacerdote sia la piena unione con
Cristo e la piena disponibilità al prossimo; passa lunghe ore accovacciato in trincea a confessare; corre sotto il fuoco nemico a raccogliere i feriti per dare loro una benedizione; celebra la Messa nelle situazioni e nei luoghi più disparati, sempre pronto a far rendere viva la presenza del Signore Gesù fra quei giovani che si accalcavano attorno a lui, che aveva la loro età, come a un Padre: “Quanto può fare -scrive alla data dell’11 gennaio 1917 – il sacerdote fedele alla sua vocazione santa!”.

Dal settembre 1917 alla metà di gennaio 1919 è prigioniero, prima a Rastatt, poi a Celle – Lager, e infine è internato nel Lazaretto di Lymberg. Quest’ultimo periodo di guerra è per lui particolarmente duro, non solo per le condizioni del campo di prigionia, la fame, il freddo, ma soprattutto per l’impossibilità di celebrare la Messa. Nel suo Diario di prigionia scrive una pagina molto bella e significativa che rivela tutto il suo amore per Gesù Eucaristia e la sua ansia di pastore lontano ormai da molto tempo dalla sua parrocchia. L’11 novembre 1917, dopo aver saputo che gli sarebbe stato permesso di assistere alla celebrazione della Messa da parte di un altro sacerdote prigioniero, scrive: “Signore, grazie, grande è il dono che mi attende stamane. Vano è stato il desiderio di averti nel mio cuore nel sacrificio della santa Messa in questo primo periodo di prigionia, né speranza alcuna mi sorride di poter celebrare nei prossimi giorni. Dov’è il tuo sacerdote, o Signore? Anche i giorni più solenni dei santi e dei morti passarono incolti, lungi, oh quanto! dagli altari tuoi, dai tuoi templi! E l’anima sospirò invano alla terra natale, alla chiesina montana, ai figli del cuore. Oggi, Signore, la tua mano si innalza benigna sul tuo sacerdote[…] Ti ho desiderato, Signore, ardentemente, intensamente, ti ho pensato all’alba di questo giorno fortunato e sognavo felice l’istante in cui ti avrei ricevuto dalle mani del sacerdote, in passione socio, come me esiliato dalla patria, più di me fortunato, perché una volta ancora aveva l’altissimo onore di offrire il santo sacrificio. […] Alla comunione noi tutti, cappellani militari, riceviamo la santa comunione. Signore, Signore perché non potermi sottrarre alla vista di tutti, raccogliermi solo con te, o Signore, da te solo osservato, con te solo potermi sfogare, liberamente sfogare, piangere, piangere lacrime calde di riconoscente affetto, dirti i bisogni grandi dello spirito mio in angoscia in riguardo a me stesso e a quanti mi circondano.[…] Sogno e il mio pensiero volge lontano e ripara fuggente in una chiesina povera, ai piedi di montagne massicce, raccolta tra gruppi diversi di case affumicate, vicino a un torrente di pietrame […] O popolo mio, come ti amo, come ti desidero! Quando ci sarà dato di riunirci? Quando diverrò io nuovamente e definitivamente il pastore e sacerdote? […] Signore, Signore, guarda il popolo di anime che mi affidasti e dal quale la prigionia ancor più mi ha strappato lontano. Ascoltane i voti umili e benedicili”. Don Giovanni avrebbe rivisto la sua parrocchia nel 1919; da allora non la lasciò più fino alla morte. Il progresso spirituale della parrocchia di Valle è attestato dalle relazioni per le visite pastorali dei diversi vescovi di Como; tutti riconoscono che lo zelo di don Giovanni ha rinvigorito la fede e la pratica del popolo; che la gente è serena e ama il suo parroco; che i bambini e i giovani sono ben preparati nel catechismo; che la gente frequenta assiduamente i sacramenti; che la chiesa è in ordine e pulita. Merito di tutto questo l’assiduo ministero del parroco, ma anche il sorgere di un’opera nuova ed ardita che ha contribuito a ridare vigore a tutta la parrocchia.

L’11 luglio 1920 viene posta la prima pietra del santuario del Divin Prigioniero che poi sostituirà la chiesa parrocchiale. Perché don Giovanni ha voluto questo santuario legato all’opera del Divin Prigioniero? Un’Opera che, nel disegno del Fondatore, doveva contribuire a formare sacerdoti santi. L’Opera, come confessa lo stesso don Folci, nasce da un suo proposito giovanile, formulato alla vigilia della sua prima santa Messa nel luglio 1913: “Signore, specialmente vorrò lavorare per regalarti vocazioni sacerdotali e religiose”. Don Giovanni stesso definisce le fonti da cui è scaturita l’Opera: “La mia vocazione personale dai primi anni di seminario nello studio e nel lavorare fanciulli e giovanetti nei quali erano sensibili le disposizioni alla vita ecclesiastica. Il proposito della prima santa Messa. Frutto dell’esperienza pastorale in parrocchia, la guerra e prigionia, i corsi di predicazione a seminaristi, a sacerdoti, a religiosi, nacque il bisogno di un apostolato per le vocazioni fra i fanciulli, non trascurando le tardive, grazie al Signore, diverse e riuscite molto bene. Preghiera e sacrificio sono state e sono l’ostinata azione preparatoria”.

Sulle prime, il buon popolo di Valle rimane perplesso di fronte al progetto del parroco: costruire un santuario, avviare un preseminario, fondare le suore… Pensa che l’esperienza della guerra e della prigionia gli abbia tolto un po’ della sua lucidità; tuttavia, poiché lo stima, non lo vuole disgustare. Tutta le gente si dà da fare, collaborando nel lavoro di sterro e di scavo. Il vescovo mons. Archi sostiene don Giovanni e lo incoraggia. In effetti la costruzione procede velocemente: nel 1921 si arriva al tetto e nel 1924 è terminata la nuova casa parrocchiale. Di pari passo procede anche l’interessamento morale e spirituale per l’Opera da parte della gente: la preghiera sacerdotale di Gesù diventa la preghiera ordinaria della popolazione.

Dal 1922 don Giovanni comincia a pensare alla fondazione di un’opera sacerdotale: “pia associazione di anime che si offrono senza riserve per la santificazione dei sacerdoti”.
Tra il 1924 e il 1925 l’opera si concretizza con l’aiuto di altri due santi sacerdoti. Don Guanella indirizza a don Folci alcune ragazze che già erano state accettate fra le Figlie della Divina Provvidenza (fondate appunto dal b. Guanella) e il Servo di Dio padre Enrico Mauri nell’estate del 1925 manda a Valle quindici orfanelli che aveva accolti nella sua casa, l’Opera della Madonnina del Grappa di Sestri Levante.

Tre sacerdoti santi che, senza competizione e intesse alcuno, si aiutano per dare vita ad un’opera santa per la santificazione della Chiesa. A questi si deve doverosamente aggiungere don Primo Lucchinetti, fondatore delle Suore della S. Famiglia di Mese, paese poco distante da Valle. Fu lui ad incoraggiare don Folci nella non facile impresa ormai avviata, dopo aver vinto anch’egli le sue perplessità circa un’opera tanto grande.

Il 29 novembre 1926 è la data ufficiale della fondazione delle Ancelle di Gesù Crocifisso; i ragazzi che chiedono di entrare a far parte del preseminario sono sempre più numerosi. Non tutti arriveranno alla meta del sacerdozio; don Folci lo sa; la sua opera ha anche lo scopo di mettere fondamenta sante ad una vita cristiana seria ed impegnata e di aiutare nel discernimento vocazionale. Non ha mai fatto conto sul numero di quanti fanno parte dell’Opera, ma sulla loro santità. Nel preseminario si gettano le basi per la vita futura: sacerdote, laico, consacrato nella vita religiosa o nel sacramento del matrimonio, purché santi. Non vuole vocazioni interessate, ancora frequenti in quei tempi; per questo la vita di disciplina e di preghiera che regola il piccolo seminario è dura, anche se paterna e non priva di affetto e cure materne per la presenza delle Ancelle. Ma don Folci ha le idee chiare: la volontà di essere santi va coltivata anche nelle anime degli adolescenti; non è un progetto rimandabile all’età adulta.

Scrive in alcune note relative al sorgere dell’Opera Divin Prigioniero: “Preseminario: necessità reclamata da una più sicura santità sacerdotale e dall’esiguo numero di vocazioni sante. Scopo: preparare generazioni di sacerdoti di immolazione[…]”. Vuole che i giovani si preparino, come egli scrive alla “divinizzazione del nostro essere tutto, per essere e costantemente lanciato in Dio, in Dio nascosto, annientato [….] Dateci sacerdoti santi, sacerdoti di fuoco!E’ la voce che d’ogni d’intorno si ripercuote prepotente. Datemi Cristi viventi, geme Gesù con passione rinnovatasi nel tabernacolo […] C’è santità, c’è immolazione sufficiente a confortare l’ardente sete sacerdotale di Gesù. Gli sia donata completa, esclusiva. Sono pronte le anime? Pronte a donarsi, ad appassionarsi per l’ideale?”.

Anche dalle Ancelle di Gesù Crocifisso il Fondatore esige una vita piena, santa, totalmente dedicata a Dio: “Sbaglio – chiede loro – a domandarvi la perfetta santità?”.

Riconosce che il loro compito presso i giovanetti che si radunano a Valle per studiare e maturare la propria vocazione, è arduo e impegnativo; per questo le vuole anime forti, rette, generose e sapienti: “Mie figliole – scrive loro nel 1954 – la carità di Cristo, adombrata dallo Spirito santo, illumini le vostre menti, accenda i vostri cuori e faccia d’ogni vostro movimento interno od esterno, di ogni vostra azione, un perfettissimo atto di amore a Dio, a sua gloria, a conversione vostra e santità delle anime sacerdotali”.

Il Fondatore le vuole vere donne e quindi madri; ad esse raccomanda di vivere vicino ai piccoli aspiranti come fece la Madonna con Gesù, con affetto, premura e fermezza.

Formare sacerdoti santi perché il popolo di Dio sia santo: un programma arduo e talvolta don Folci ne avverte tutto il peso e ne ha quasi paura; il suo conforto e la sua forza è Gesù Eucaristia; a Lui apre il cuore e a Lui confida i suoi timori: “Gesù mi vuoi davvero strumento a formarti sacerdoti santi, apostoli di fuoco? Come ne sente l’urgenza la Chiesa tua Sposa, come ne sono assetate le anime! Eccomi, opera in me e dattorno a me il tuo piacere. Non permettere in me volontà alcuna, ma intanto io voglia dipendentemente e solo secondo il tuo volere. E non sono i sacerdoti la pupilla degli occhi tuoi? E non sono essi i continuatori dell’opera tua? E’ da te, dunque, il cumulo di sentimenti, il tormento che da anni mi agita il cuore e in mente mi ragiono. Sogno e vorrei e vedo per incanto come già tutto fatto, poi mi ritraggo spaventato dalla considerazione delle mie miserie. Tu sai quante. Gesù, Gesù, non oso domandare, non voglio desiderare. Sai tu e che io ti segua umilmente, fedelmente. Parlami dal tuo tabernacolo! Disponi come tu vuoi al grande piano del tuo cuore sacerdotale. Per i tuoi sacerdoti la vita e la morte. Per la loro santificazione, per crescenti vocazioni sante la nostra immolazione completa al tuo divino amore”.

L’Opera cresce, si fortifica e si espande. Nel 1931 arriva a Valle don Carlo Alfieri, primo sacerdote collaboratore dell’Opera; nel 1934 viene acquistata la casa di S. Caterina Valfurva;nel 1938, tramite la generosa offerta dei coniugi Brambilla, viene aperta la casa di Santa Croce in Como; nel dicembre 1945 le Ancelle aprono il preseminario di Borghetto di Arroscia, in diocesi di Albenga, e il 16 gennaio 1949 viene posta la prima pietra della casa di Loano. Nel 1954 due sacerdoti dell’Opera assumono l’incarico pastorale nella parrocchia di Tor Fiscale in Roma, in una zona periferica e non facile. Nel 1955 viene firmata la convenzione fra il Capitolo metropolitano e l’Opera per l’apertura del preseminario S. Pio X in Vaticano. Nel 1960 don Folci è nominato rettore del santuario della Madonna del Soccorso in Ossuccio.

L’Opera è apprezzata e conosciuta; da essa sono usciti e continuano ad uscire validi sacerdoti e ottimi padri di famiglia, impegnati anche nella vita parrocchiale e dell’Associazione degli ex alunni legata all’Opera stessa. Il sogno del giovane don Giovanni si è realizzato, ma non per questo si è affievolito il suo ardente desiderio di santità. Sente che la sua vita sta volgendo al termine e le sue parole diventano ancora più forti e i suoi richiami impegnativi: dobbiamo essere generatori di santità, dice ai chierici di Propaganda Fide nel 1950, “e di santità vera ha bisogno questa umanità che non crede, che crede e non pratica e pratica ma vuole il prete-prete e non l’approva anche se fosse per convenienza come ateo o miscredente e ne soffre come praticante. Perché il prete deve dare Cristo sempre alle anime. Non è prete che per questo: Dio e anime”.

Don Folci per molti sacerdoti in crisi fu veramente padre; rimangono molte lettere a lui indirizzate da sacerdoti che, nelle sue case soprattutto di Santa Caterina Valfurva e di Loano hanno ritrovato la pace del cuore e l’entusiasmo per la missione sacerdotale; la sua carità fu poi sempre aperta ad accogliere i sacerdoti anziani e malati che volevano trascorrere nella tranquillità della preghiera gli ultimi anni di ministero.

I pensieri annotati negli ultimi anni di vita rivelano quanto fosse vivo nella sua anima il desiderio di Dio, della sua gloria, la sete di portargli anime; quegli ideali che lo avevamo infiammato negli anni del seminario non erano tramontati, ma si erano fatti via via più consapevoli, maturi, reali, ma non meno ardenti: “Gesù, te solo amo e voglio amare. Nulla e nessuno deve rubarti anche la minima fibra del mio cuore, un attimo dell’anima mia”. E ancora: “Gesù amore, fammi amore per te, per i tuoi sacerdoti perché siano santi a salvezza delle anime”. “O Gesù, voler vivere per te, cercare la tua gloria, consumarmi per le tue anime, null’altro cercare che i mezzi per arrivare a illuminarle, santificarle, portarle a te, a vita spesa per te”.

Don Giovanni Folci chiude la sua vita terrena il 31 marzo 1963 a Valle Colorina; dieci giorni prima aveva scritto: “Cosa voglio, o Signore, se non questo? Sacerdoti e laici santi”.

Dott.ssa Francesca Consolini

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